La dignità suona con una corda sola. Armonie che per i più attenti colpiscono dritte al cuore.

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Stamattina Simone dormiva sotto il mio portone. Se non avessi saputo che sotto quelle coperte sporche e sottili si nascondeva il mio amico, avrei sicuramente guardato dall’altro lato della via e sarei stata sola con i miei pensieri.
Ma Simone era lì. La sua sagoma piccola e minuta si scorgeva solo perché qualche movimento la rendeva viva. Al mio saluto, prima ha borbottato e poi , come se il mattino l’avesse inavvertitamente attraversato, mi ha guardato. Gli occhi felici di vedermi, senza la cupezza che gli riconosco appena incomincia a bere dal cartone, la voce abbastanza chiara da dirmi che tutto andava bene e la neve non l’aveva disturbato più di tanto.
LA BORSA DI PLASTICA CON LE COPERTE. E, accanto a lui, il suo bagaglio di cose regalate e trovate, sorprese nei cassonetti. La borsetta di plastica con dentro le sue coperte e le scarpe grosse, per quando non li senti più i piedi, un pezzo di pane per quando non trovi niente e forse non hai neanche voglia di quello. Tutto da nascondere dietro ai cespugli perché nessuno, ma proprio nessuno li trovi ,così da essere sicuro di avere qualcosa di tuo, in un angolo di mondo solo per le tue mani.
La gente passava, lo guardava e mi guardava con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere e di far rumore. Simone si fa guardare, ma non lo vogliono vedere: sarà che non rientra nelle nostre vite, nelle nostre famiglie apparentemente felici e nella stupidità che fa sì che un uomo lo si debba aiutare solo se non puzza e non ha i geloni sulle man, il freddo che lo attanaglia da anni.

BARBUTO, GOBBO E VITTIMA DEL FREDDO. Le sue nocche oramai sono diventate rosa pallido, il gelo ustiona come ustiona la sua immagine: barbuta, gobba, nauseante. Una volta mi ha raccontato di gente che ha abitato nella sua vita: non lo so, potrebbe essere vero, oppure potrebbe essere solo il desiderio di sapere che qualcuno, un giorno lo ha amato. La sua vita la passa seduto sui marciapiedi, senza chiedere nulla.

La voglia di non chiedere nulla

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Vigilie

La finestra aperta

VIGILIE

Quando non sei qui
ciò che fu intorno a noi comincia a morire
la finestra che dà sul mare
continua chiusa solo nei sogni
mi alzo
la apro
lascio la frescura e la forza del mattino
scorrere attraverso le dita prigioniere
della tristezza
mi sveglio
per l’accecante chiarore delle onde
un viso si delinea nitido
oltre
rasentando il sale dell’immensa assenza
una voce
voglio morire
con una overdose di bellezza
e in un sussurro il corpo pacificato
perscruta questo cuore
questo
solitario cacciatore.

Al Berto (Coimbra 1997)

I vecchi

i vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi
i vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire Continua a leggere

Nessuno, per giorni, settimane, dice il mio nome.

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Ho sempre cercato di non pesare su nessuno. Figuriamoci sui miei nipoti che hanno già i loro figli e a cui ho dato l’appartamentino dove abitavo prima di arrivare qui. Ho scelto di lasciarlo. Che avreste fatto voi?

Ho 82 anni. Non sono tanto vecchia, ma a casa, da sola, non potevo più stare. Qualche volta mi dimenticavo di prendere le medicine, certe mattine non ce la facevo proprio a uscire e a fare la spesa e allora ho preso la decisione: un istituto specializzato per gli anziani, dove poter stare con altre persone della mia età, simpatiche. Tutto spesato, tutto garantito, senza bisogno di rifare il letto, di cucinare e senza fastidi per nessuno.

Andare via da casa mia non è stato facile. Una cosa è dirlo, altro è farlo. Ma alla fine ci sono riuscita. Per un po’ non ci ho dormito: i mobili, la mia biancheria, i piatti, le fotografie al muro, gli odori, i rumori, le pentole. Quando ce li hai sembra normale, non ci fai caso. Ma se non ci sono più le tue cose, poi te ne accorgi, eccome. Continua a leggere

Pensieri senza tetto. Fastidiose visioni per una società perfetta.

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QUANDO I SENZATETTO “DISTURBANO LA VISTA”, DAL N°14 DI PENSIERI SENZA TETTO

30 marzo 2012 | Luigi Comacchio

Erano le sette del mattino; la maggior parte di noi stava dormendo, alcuni si erano già svegliati e se ne erano andati, non prima di aver messo in ordine lo spazio, raccolto i propri averi, piegate le coperte e messe in un angolo. Siamo stati svegliati dalla PolFer, la polizia ferroviaria, dai cinofili e dalla polizia. Ci hanno chiesto i documenti, siamo stati invitati a prendere lo stretto necessario e a radunarci lungo la discesa che porta ai binari morti. Mi sono sentita messa in un recinto, come si fa con un gregge di animali. Ci hanno trattenuti lì fino alle 10, il tempo per redigere il verbale e fare ad ognuno una multa da 516 euro che, chi non può pagare – perché se dormi in strada, evidentemente, 500 euro non li hai- si vedrà detrarre, un giorno, da futuri stipendi o pensioni. Quando gli abbiamo chiesto se potevamo prendere almeno le nostre coperte, ci hanno risposto “Ve le diamo dopo, non vi preoccupate”. E invece le hanno buttate, e insieme a loro tutti i nostri averi. Io avevo uno zaino con dei referti di esami medici, il ricambio dei vestiti… tutto finito nella spazzatura! Forse loro non capiscono quanto valgano per noi quelle coperte. È difficile ottenerne di nuove perché la maggior parte sono state date durante l’emergenza freddo e i servizi assistenziali non ne hanno abbastanza per tutti. Ma questo problema non li tocca minimamente, infatti sapete cosa mi ha detto una poliziotta? Continua a leggere

Disteso sotto un cielo d’azzurro.

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E’ così vicino che quasi pare di toccarlo, limpido, azzurro, intenso, infinito. Ho voluto salire fin quassù per incontrare la mia anima. Solo, senza rumore alcuno, distante da tutto ciò che avrebbe contaminato quei pensieri che sorgono quando l’esigenza di lasciarsi andare diviene prepotenza. Dopo tanto cammino, finalmente eccomi arrivato. Osservo i picchi delle montagne circostanti, la bellezza di una natura ancora intatta. Mi sdraio e resto a fissare il cielo o forse, è lui che scruta me dalla sua onnipotenza. Son qui, disteso sotto un cielo d’azzurro. Chiudo gli occhi ed inizio a pensare a te. Sorrido, e contrariamente agli stolti che nel corso della vita pensano di poter giudicare, decidere, moralizzare, guidare, sensibilizzare, condannare, io penso proprio a te… a te che non sei mai nato. Mi chiedo, che padre sarei mai stato, autoritario, sensibile, affettuoso, conflittuale, competitivo, geloso ? Quello che so e che avrei voluto esserlo. Anche qui, a pochi passi dal cielo come in mezzo ad una folla, non avrei timore di esibire questo mai sopito desiderio di paternità. Continua a leggere

Inquietudine

577493_10151475567863585_805433322_n…”Quanto più alta è la sensibilità, e più sottile la capacità di sentire, tanto più assurdamente essa vibra e freme per le piccole cose. E’ necessaria una prodigiosa intelligenza per provare angustia in una giornata buia. L’umanità che è poco sensibile, non prova angustia a causa del tempo, perchè fa (?) sempre tempo; non sente la pioggia se non quando essa le cade addosso. La giornata è opaca e molle di un caldo umido. Solitario, in ufficio, passo in rassegna la mia vita e quello che vedo in essa è come la giornata che mi opprime e mi affligge. Mi rivedo bambino contento per un nulla, adolescente che anelava a tutto, uomo senza gioia e senza speranza. E tutto questo è successo nella mollezza e nell’opacità, come la giornata che me lo fa ricordare. Chi di noi può dire, voltandosi indietro sulla strada che non ha ritorno, che l’ha seguita come doveva? “

FERDINANDO PESSOA ( Il libro dell’inquietudine)

Senza di te tornavo.

loneliness_4c45c6d1ac27a_hiresSenza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

Pier Pasolo Pasolini