La dignità suona con una corda sola. Armonie che per i più attenti colpiscono dritte al cuore.

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Stamattina Simone dormiva sotto il mio portone. Se non avessi saputo che sotto quelle coperte sporche e sottili si nascondeva il mio amico, avrei sicuramente guardato dall’altro lato della via e sarei stata sola con i miei pensieri.
Ma Simone era lì. La sua sagoma piccola e minuta si scorgeva solo perché qualche movimento la rendeva viva. Al mio saluto, prima ha borbottato e poi , come se il mattino l’avesse inavvertitamente attraversato, mi ha guardato. Gli occhi felici di vedermi, senza la cupezza che gli riconosco appena incomincia a bere dal cartone, la voce abbastanza chiara da dirmi che tutto andava bene e la neve non l’aveva disturbato più di tanto.
LA BORSA DI PLASTICA CON LE COPERTE. E, accanto a lui, il suo bagaglio di cose regalate e trovate, sorprese nei cassonetti. La borsetta di plastica con dentro le sue coperte e le scarpe grosse, per quando non li senti più i piedi, un pezzo di pane per quando non trovi niente e forse non hai neanche voglia di quello. Tutto da nascondere dietro ai cespugli perché nessuno, ma proprio nessuno li trovi ,così da essere sicuro di avere qualcosa di tuo, in un angolo di mondo solo per le tue mani.
La gente passava, lo guardava e mi guardava con uno sguardo che nega ogni possibilità di esistere e di far rumore. Simone si fa guardare, ma non lo vogliono vedere: sarà che non rientra nelle nostre vite, nelle nostre famiglie apparentemente felici e nella stupidità che fa sì che un uomo lo si debba aiutare solo se non puzza e non ha i geloni sulle man, il freddo che lo attanaglia da anni.

BARBUTO, GOBBO E VITTIMA DEL FREDDO. Le sue nocche oramai sono diventate rosa pallido, il gelo ustiona come ustiona la sua immagine: barbuta, gobba, nauseante. Una volta mi ha raccontato di gente che ha abitato nella sua vita: non lo so, potrebbe essere vero, oppure potrebbe essere solo il desiderio di sapere che qualcuno, un giorno lo ha amato. La sua vita la passa seduto sui marciapiedi, senza chiedere nulla.

La voglia di non chiedere nulla

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Tre modi d’incontrarsi, il vangelo secondo Gallo.

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… E lui era là, in mezzo agli ultimi.

Era il 4 marzo 2012. Il violino di un rom accompagnava la tromba di un barbone che a malamente si reggeva alla colonna,  insieme suonavano 4 marzo 1943, altri : tossicodipendenti, orfani, malati di mente, extracomunitari, disoccupati, prostitute, transessuali, artisti di strada e gente comune, cantavano ad alta voce, convinti, commossi . Così, Don Andrea Gallo coronava da Genova  il suo personale saluto all’amico Lucio Dalla il giorno del funerale a Bologna . Ancora una volta, l’amore dell’uomo prevaricava l’obbedienza alla gerarchia ecclesiastica. La CEI aveva vietato canzoni nelle chiese il giorno delle esequie. Ma quella mattina la piccola chiesa della comunità San Benedetto a Genova era gremita. La gente, la sua gente, era giunta d’ogni dove dai carugi, dedalo di vicoli nel porto.

Amava dire : ” Il grande evento qual’è? L’incontro. Il fatto che gli uomini, le donne, gli adulti, i giovani, cioè gli esseri umani, si incontrano. Ci sono tre modi di incontrarsi: fare la guerra all’altro, erigere dei muri o dialogare. Dialogare, dal punto di vista etimologico, significa “parlare tra”, cioè tra più persone, e quindi dare la parola all’altro. E allora nasce un confronto che ha per obiettivo, non mi stanco mai di ripeterlo, il bene comune “.

Gallo, quell’incontro lo praticava quotidianamente, stringeva ed abbracciava la sua famiglia ogni giorno. Quella che per anni aveva visto crescere, aveva difeso, protetto. Continua a leggere