Senza il pregiudizio, il senso di comuni giornate può improvvisamente mutare. Seduto sui marciapiedi di Roma, semplici lezioni di vita da un ex eroinomane.

Ieri, nel corso dei miei spostamenti per le vie della capitale, mi sono imbattuto in una situazione anomala alla mia quotidianità  forse, aiutato dall’ allergia ai pregiudizi forgiata nel mondo. Piazza della Repubblica, Basilica Santa Maria degli Angeli, tra le più belle edificate. Michelangelo la sistemò su commissione di Papa Pio IV nel 1562 facendone un capolavoro.
Decido di dedicarvi cinque minuti esatti, un semplice raccoglimento che coniuga la fede a momenti delicati dell’ esistenza.  All’uscita trovo improvvisamente quattro giovani, due ragazze e due ragazzi con un tavolino e la locandina promo di una comunità per tossicodipendenti.
Vengo avvicinato da uno dei due giovani, mi accorgo solo quando è vicino che giovanissimo non lo è più. Inizia a parlarmi della Comunità, come a tanti, con l’intento di farmi apporre firme per il cinque per mille o donazioni. Mi trovo in città per lavoro quindi sono in giacca e cravatta ed in Italia è sinonimo di persona per bene e magari benestante quindi, preda tra le più ambite. Lo fisso sorridendo e prendendogli il braccio gli dico che nonostante l’apparenza non potrei essergli utile in questo momento. Mi osserva divertito quasi a pensare ” dai stupido dimmi che non vuoi ma non prendermi in giro”. Lì accanto c’è un marciapiede e un via vai di immigrati che vendono abusivamente merce, impiegati nell’ora di pausa pranzo, macchine, autobus e gruppi di turisti diretti alla Basilica. Mi chiede di dedicargli pochi minuti e di sedermi sul marciapiede. Stranamente non dubito, ignaro di potermi sporcare l’abito, mi siedo abbagliato da un sole a quell’ora decisamente caldo. Negli anni precedenti ho lavorato come volontario per tre anni in comunità di recupero  e storie personali ho avuto modo di ascoltarne tante, proprio per questo mi metto in ascolto con serenità  quasi mi trovassi accanto ad un vecchio amico . In pochi minuti mi racconta della sua vita; nato in un quartiere difficile di periferia, padre operaio edile nei cantieri Caltagirone, madre lavoratrice ai mercati generali, Si sopravvive, educazione non manca, genitori poco presenti ma quanto basta. Un giorno, nonostante valori acquisiti e consapevolezza delle conseguenze dell’uso di droghe, si ritrova  senza i vecchi amici, quasi tutti iscritti alle superiori o università, per lui impossibile obiettivo. Così, a diciannove anni, cerca una nuova compagnia ma dentro la stessa si cela un male al primo impatto invisibile. Gira droga. Così come per tanti, in un momento di fragilità, inizia con le classiche canne a cui fanno seguito ecstasy, droghe sintetiche fino alla peggiore : l’eroina. Da quel momento la vita sua e di chi gli sta accanto cambia. Inizia a mentire, rubare, viene cacciato da casa e dorme dove capita, mangiando nei centri di accoglienza sparsi per la città ma soprattutto poco a poco deperisce, fisicamente e psicologicamente, perde identità e realtà con il mondo circostante.. E’ la morte di un’amica tossica come lui, trovata con gli occhi sbarrati al risveglio una mattina d’inverno,  ove andavano a dormire a tarda notte, che lo invoglia a trovare il coraggio di rivolgersi ad una comunità. Mi dice apertamente sia stato Dio a volerlo, perché di soldi non ne aveva anzi, li rubava per sopravvivere e per le dosi,   le comunità, mi dice,  costano non solo sacrifici ma anche economicamente per accedervi quando si raggiungono stadi avanzati, poiché impossibilitati ad auto-mantenersi le cure. Accettò con forza il dolore, la sofferenza, ponendo sempre davanti a sé l’immagine di quell’amica e i volti segnati dei genitori al momento in cui separarono le loro vite.

Restò tre anni in quella comunità, tatuaggi che coprono i segni di una vita vissuta, sono ancora presenti e me li mostra sulle braccia e sulle gambe, ma guardandomi fisso negli occhi mi dice ” non ci crederai ma ce l’ho fatta “.  

Spinto, non chiedetemi da cosa o perché, non abbassando la testa, gli spiego perché ho detto di non potergli essere utile.  Parlo dei miei momenti e del perché ho fatto quella veloce entrata nella Basilica, così come in tante altre quando mi capita. Mi ascolta in silenzio e quando meno me lo aspetto , tra gli occhi stupiti di presenti e passanti, allunga le sue braccia, mi abbraccia con sincerità, lo avverto; mi fissa negli occhi e  serrandomi i polsi con forza, sul suo volto appare uno dei sorrisi più profondi e densi di significato che abbia trovato.  Resta così per un istante poi osservando il mio volto sudato, alza il tono di voce perché possa per comprendere e  dice :

TUTTI CE LA POSSIAMO FARE ! LO VEDI IO SONO QUA, VIVO,  SONO QUA ACCANTO A TE !  RICORDALO SEMPRE : TUTTI CE LA POSSIAMO FARE! 

Ho quasi le lacrime agli occhi dall’emozione, lo ringrazio,  ricorderò quella breve conversazione con uno sconosciuto fino a poco tempo fa borderline. Lo abbraccio e me ne vado tornando ai miei impegni. E mentre mi allontano sento di nuovo la sua voce che grida: Bruno, non dimenticarlo : tutti ce la possiamo fare.

Sono consapevole  non si possa aiutare il mondo intero, impensabile! Sono altrettanto consapevole però che una cosa si possa e si debba fare, trasmettere, insegnare :

SMETTERE DI FARCI SUGGESTIONARE O CONDIZIONARE DAI PREGIUDIZI, EVITANDO O EMARGINANDO LE PERSONE . QUESTO SI’, QUESTO LO POSSIAMO E LO DOBBIAMO IMPARARE. 

*Grazie Mattia.

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