A viso aperto contro il pregiudizio.

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“Kuplumussana”, significa “aiutiamoci a vicenda” ed è il nome di un’associazione di Beira in Mozambico di cui voglio evidenziare ancora una volta l’aspetto di orgoglio dei nostri medici volontari italiani. L’associazione esce nel 2005, e si propone di attuare programmi di prevenzione alla malnutrizione e all’AIDS, il virus ha un’incidenza del 35% nella popolazione. Il territorio era veramente grande e le forze in campo non riuscivano a raggiungere tutti quelli che erano in condizioni di ricever aiuto. Nell’ospedale di Biera, nel Day Hospital pediatrico si è pensato allora di coinvolgere le mamme che portavano lì i loro bambini, perché più avvicinabili e interessate emotivamente. L’Unicef, riceve una segnalazione e da lì a poco eroga un finanziamento alla dimensione comunitaria. Ora il progetto sta interessando le aree periferiche, da sempre le più isolate e abbandonate. Vengono garantite le visite ai bambini malati, le attività di prevenzione della trasmissione materno-fetale e somministrazione della terapia antiretrovirale..

In questa zona disperata del Mozambico, come in altre manca personale, farmaci, mezzi di trasporto. La maggior parte dei problemi di salute è legata alla società, alla povertà, alla cultura.

Avere l’AIDS lì, significa essere emarginati. E’ uno stigma fortissimo. C’è una profonda paura della discriminazione, tanto che le persone preferiscono non curarsi, non far sapere che sono malate.

Esistono però anche dei Grupos di appoggio, persone sieropositive che s’incontrano con l’assistente sociale, discutono, sensibilizzano, aiutano a recuperare bambini. Partendo da queste sono state coinvolte le mamme ma, non avendo mezzi per spostarsi è stata necessaria un’altra raccolta fondi. La generosità italiana è stata ancora una volta grande. Sono riusciti, questi nobili volontari a raggiungere le madri più lontane, sensibilizzarle e renderle più consapevoli, a far curare i loro figli. Quello che si deve sapere è che se un bambino smette la terapia possono esserci diversi motivi: economici, psicologici, perché i genitori hanno paura, può essere che la madre sia morta e il bambino sia seguito dalla nonna molto anziana. E ancora: se una donna con l’HIV partorisce, è stato dimostrato che l’allattamento esclusivo al seno diminuisce la possibilità di contagio. Ma se questa donna non è stata ben istruita, una volta tornata a casa dopo il parto, potrebbe lasciarsi influenzare dalle usanze locali e smettere l’allattamento, peggiorando la situazione.

Le condizioni di vita non aiutano: la maggior parte delle persone vive in capanne spoglie, come pavimento hanno la nuda terra, senza mobili, senza acqua, luce o magari non mangiano per giorni, come secondo voi possono prendere una pastiglia, ogni giorno, alla stessa ora ? Sono proprio i volontari che insegnando a madri che hanno storie simili di disperazione e morte, o perché abbandonate dai mariti e famiglie perché siero-positive, si prendono cura dei propri figli per combattere questo dramma. Vedere il volto delle madri quando il loro bambino è salvo non ha eguali. “Il mio bambino è stato salvato, io ho trovato una nuova dignità e voglio che altre donne possano vivere così” queste le affermazioni di donne rese consapevoli e a loro volta volontarie. Questo è il segreto di questa semplice ma intensa e silente azione umanitaria.Erano semplici donne che vendevano arachidi per strada, che non avevano nulla, alcune giovanissime e disperate…oggi sono delle esperte di AIDS.Fanno da madrine a bimbi rimasti orfani ed ammalati. Oggi questo progetto umanitario è apprezzatissimo e conosciuto. Queste madri hanno una loro sede, entusiasmo, voglia di coinvolgersi di ampliare gli orizzonti, parlano alla radio nazionale, organizzano delle rappresentazioni teatrali per attirare le persone e sono riuscite a coinvolgere le autorità di Beira.

Non hanno più paura di dire che sono sieropositive”

Anche la salvezza di un solo bambino è una grande vittoria. Grazie a questi angeli italiani che rendono orgoglio ad un Paese che ha necessità di risvegliare valori, le proprie tradizioni, la propria generosità ed altruismo.

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