Quando l’amore diviene obsoleto

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Sempre più spesso accade di ascoltare da amici o amiche sparsi nel mondo, vivere relazioni e matrimoni della durata di un soffio o ingiallite e galleggianti in una palude di indifferenza reciproca. Facilmente, nel primo caso, l’assunzione di responsabilità o consapevolezza di aver intrapreso un percorso condiviso è considerato un optional, nel secondo l’incertezza di un nuovo futuro o la falsa giustificazione di causare dolo al partner rendono infinito il tempo dell’addio. Ma in ognuna di queste situazioni non è così difficile, anzi direi ordinario, ascoltare affermazioni o confidenze che rilevano quanto molte volte, si sia omesso di esternare senza timore il proprio amore o semplicemente ricordarlo a chi condivide la nostra vita. Una valanga di “se avessi detto; se avessi potuto dire; se mi fossi ricordato ecc.” eruttano traducendo pensieri che prima erano nel deposito del nostro emisfero affettivo. Cerchiamo sempre l’alchimia della felicità pensando, forse erroneamente, sia qualcosa di introvabile o troppo complessa per la nostra conoscenza, in realtà parrebbe più semplice di quanto supposto. Ogni tanto rientrando a casa, basterebbe ricordare alla persona che amiamo, quanto essa sia per noi ancora importante, salutarla con un abbraccio convinto; farle dei complimenti in privato ma anche quando siamo in mezzo agli altri; sovvertire di tanto in tanto le regole a scapito delle formali ricorrenze e ricordarsi con un pensiero o un’azione, chi vive accanto a noi … e molto altro ancora senza per questo andare sulla luna. Su questo tema immagino situazioni paragonabili al periodo dell’infanzia, molte volte proprio questi comportamenti infantili incidono brutalmente la parola fine ad una storia d’amore destinata invece ad un lungo percorso.

Il dare tutto per scontato, ricaduta dell’indifferenza e assuefazione è un gioco che non mi piace. Un gioco pericoloso nel quale sentimenti, amore, emozioni, amicizia e rispetto si intrecciano vorticosamente in maniera superficiale rischiando di perdere la propria identità o valore e lasciando una grande tristezza. Entro nel contesto. Il bambino ha un’innata e spiccata curiosità a tutto ciò che lo circonda: gioca, sperimenta, ama aprire le cose, romperle per vedere in profondità e poi tentare di ricomporne i pezzi, vorrebbe ogni cosa e non rinuncerebbe a nulla, coniugando l’entusiasmo della vita ad un sano egoismo. Ha una stanza piena di giochi di ogni tipo e con singole caratteristiche, tutte soddisfano la sua gioia di possesso in termini di quantità ma la verità in quell’età, è che solo uno di questi è “il preferito” quello che gli trasmette vera gioia quando è nelle sue mani, quando ci gioca, ci sogna il futuro, come un castello, un treno o una macchinina; è solo quello che cerca quando è triste, quando si abbandona a se stesso dopo le piccole, ma per lui grandi delusioni quotidiane ricevute dalla società esterna o solo perché cerca emozioni, attenzioni, perchè con  quel giocattolo si sente diverso, sta bene, gli parla, si confida, ci gioca per ore fino a quando non si sente di nuovo sicuro e allora come se niente fosse lo ripone nella stanza, ammassato in mezzo agli altri, con la certezza nel cuore che quando ne avrà bisogno o sentirà qualcosa spingerlo di nuovo a provare emozioni uniche, quasi una complicità univoca tra giocattolo e bambino, gli basterà entrare nella stanza e riprenderlo dallo scaffale. Con tutti i miei difetti e pregi, oggi sono un uomo, forse un bambino cresciuto, per questo ancora commetto errori di cui poi mi pento ma, sono un uomo. So ciò che voglio e desidero nella mia vita: serenità, passione in ogni cosa che faccio ma soprattutto amore. Amore da trasmettere e amore da ricevere. E’ così che appago il mio essere vivo. Quando amo qualcosa o qualcuno, sento il desiderio di cercarlo, di emozionarmi,  sento la voglia di trovare quanto prima il modo di trascorrere del tempo con lui e col tempo sentire dentro la voglia di percorrere insieme un pezzo della vita. Tutto ciò è lontano dal bambino che in quanto tale non ha certezze di ciò che vuole realmente e di ciò che più potrà appagarlo. Fortunatamente nel mio caso, so cosa mi appaga, la stanza della vita è ricolma di ogni bene ma il mio oggetto preferito non è mai riposto su uno scaffale a momenti alterni. Quando una storia finisce, ecco riapparire frequentemente, soprattutto nei casi di “tradimenti superficiali ed avventati, considerati innocui” proprio quell’atteggiamento infantile e viziato causa del recente dolore a cui molte volte impossibile porre rimedio. Infatti, c’è sempre un momento davvero triste nella vita del bambino che lo pone di fronte ad una prima difficile realtà della vita, è quando entra nella stanza per riprendersi il giocattolo e con incredulità dopo sconnesse ricerche scopre che il giocattolo non c’è più… Eppure ricorda di non averlo rotto e se ne dispiace. Quando qualcosa è davvero speciale nella nostra vita e, in quanto tale necessita di attenzione, cura, amore costante… esatto…amore, sarà solo quell’amore, anche se il giocattolo è in mezzo agli altri , a distinguerlo tra tutti, perché gli avremo creato una posizione, un ruolo speciale, collocandolo metaforicamente  su una sedia o sul letto accanto al cuscino, affinchè rientrando possa essere il primo con cui giocare, il primo a cui dedicare tutte le nostre attenzioni. Dimenticarsi di chi amiamo rende indifferenti, ci fa vivere male un pezzo della nostra vita invece che renderlo indimenticabile. L’amore ci porta a fare delle scelte e demolisce la paura innata che per poter aver qualcosa di grande, necessariamente si debba perdere qualcos’altro. Per non rendere obsoleto un grande amore serve coraggio, gioia ma soprattutto tanta maturità … la stessa che svendiamo per qualcosa d’immediato e facilmente raggiungibile in questa società di consumi dove anche i sentimenti son finiti al ripiano inferiore nello scaffale della vita.

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