” Non voglio essere una rockstar. Sarò una leggenda. “

Me lo immagino in giardino, seduto sulla sua panchina, solo, accanto alla piccola cascata dello stagno per le carpe, nella sua residenza londinese a Garden Lodge. Intento a ripensare all’intenzionalità e alla materializzazione futura di questa sua esternazione. Una delle tante a cui abituano i fans, quelle rare figure carismatiche ricolme di talento molte volte unico ed irripetibile. Lui, Freddy Mercury, uno di loro. Artista stravagante, come amava definirsi, capace con le sue melodie, la sua vocalità potente di catturarti in qualunque istante della quotidianità. Non importa quanto assorto tu sia, ne sei strappato con forza, costretto a seguirlo. E’ forse lì, su quella pachina, emblema della forza di una solitudine creativa che ha generato quelle possessioni acustiche. Ti trovi all’inferno o in paradiso; avverti l’implosione di una gioia trattenuta o semplicemente l’alienazione provocata dalla bellezza che ti circonda. La musica che dissolve i colori di ciò che ti sta attorno, per ridipingerli con maestria a tonalità vivide e decise. Tutto questo e molto altro ancora è il suo contributo alla musica universale. Un libro di parole, uno spartito di note mutevoli, a cui puoi dare un significato che a distanza di giorni assume connotazioni completamente diverse, perchè lui era metaforicamente “un involucro” nel quale raccoglieva gli istinti per poi domarli o farli risplendere in musica nella loro pienezza e gli istinti, per loro natura, variano in base alle circostanze, le stesse che lui creava o esorcizzava. Vorrei fosse ancora là, su quella panchina, dentro quella casa fortificata da mura alte due metri a segno dell’inviolabilità creativa, ma anche in altre mille panchine nel mondo, per raccoglierne ancora umanità nascoste, vizi e deformazioni ripudiati, emblema della sua lotta all’ipocrisia sociale. Vorrei fosse meno dimenticato, non dal suo pubblico, che sempre lo ricorda con affetto, ma anche da coloro che lavorano di musica: le radio ad esempio. Una profonda amamrezza mi assale quando ascolto Freddy come altri grandi, solo in occasione di anniversari alla scomparsa. Il tributo più grande è renderlo eterno quanto la sua grandezza, attraverso la presenza, ogni tanto, affinchè quella frase buttata là , magari dopo un’ora immobile sulla panchina, mantenga inalterato il suo valore.  Thanks Freddy!

“Non voglio essere una rockstar. Sarò una leggenda”.

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